LA SONATA A KREUTZER – LEV TOLSTOJ
Questo breve romanzo di Lev Tolstoj, pubblicato nel 1891 ha come tema la forza dirompente delle passioni, oltre a essere stato un vero fenomeno letterario in quel periodo è un capolavoro così poco tolstojano.
Cominciato a scrivere nel 1889, si dice sia nato da una scommessa fatta da Tolstòj e un gruppo di intellettuali che dopo aver ascoltato la "Sonata" di Beethoven dedicata a Kreutzer, vollero riportare l'impressione della musica nelle arti principali.
Ma ci fu anche qualcosa di biografico: nel 1895 arrivò a Jàsnaja Poljana (proprietà di Tolstòj) un grande musicista russo, Taneev, che suscitò la gelosia del romanziere, dovuta all'infatuazione che ebbe per lui la moglie Sof'ja.
Al momento della pubblicazione inoltre, il libro fu censurato dalle autorità russe, tanto da richiedere l'autorizzazione alla pubblicazione dello zar Alessandro III e della zarina Maria Fedorovna, entrambi estimatori del conte.
E’ un’opera singolare e controversa appartenente al secondo periodo della produzione letteraria del grande scrittore russo, quello successivo alla cosiddetta “conversione”: dopo un’intensa crisi spirituale, Tolstoj aveva vissuto una profonda trasformazione, che si era conclusa con l’abbandono della religione ortodossa in favore del cattolicesimo, cui aveva aderito con una modalità totalizzante, al limite del fanatismo, che lo aveva portato a rivedere molte delle sue convinzioni in merito alla morale e alla vita in generale e che ne aveva influenzato profondamente tutta la successiva produzione letteraria.
Atto d’accusa contro le istituzioni e l’ipocrisia di una vita familiare e sociale basata sull' inganno e la menzogna, “La sonata a Kreutzer” rappresenta l’esposizione delle teorie dell’ultimo Tolstoj in tema di unioni matrimoniali e passioni, ricamando teorie e punti di vista colmi di intenti moralistici e fortemente pervasi di principi religiosi sulla morale sessuale.
A prescindere dall'accondiscendenza del lettore a simili pensieri, oggi sorpassati e spinti all'eccesso, è innegabile il valore del testo.
Nella brevità della narrazione, Tolstoj mette a nudo un uomo solo e torturato da ricordi e pensieri ossessivi, un uomo che non cerca comprensione nel prossimo ma che esplode come fiume in piena, inanellando immagini della propria giovinezza, dell'età adulta, delle esperienze amorose e familiari.
Il protagonista della storia, che si qualifica subito come appartenente all’ agiata nobiltà del paese, durante un viaggio in treno racconta ad uno sconosciuto di aver ucciso sua moglie. Davanti allo sconcerto del viaggiatore, Pozdnysev ripercorre le tappe che in un crescendo drammatico e allucinato lo avevano condotto a diventare un omicida.
I primi capitoli del romanzo, sono una lunga e articolata riflessione sull’ ipocrisia della vita matrimoniale che non è altro che un mascheramento, un inganno, che nasconde la soddisfazione di un istinto animalesco che l’uomo dovrebbe dominare e respingere, consentendosi l’unione carnale solo a fini strettamente necessari alla procreazione.
" Ma guardatele, guardate quelle disgraziate disprezzate da tutti e poi le signore della più alta società : gli stessi abiti eleganti per metterlo in mostra, la stessa passione per le pietruzze ,per gli oggetti costosi e luccicanti, gli stessi modelli, gli stessi profumi, la stessa nudità di braccia, spalle, seni, e lo stesso modo di rigonfiare il s, gli stessi divertimenti, balli, musica, canzoni [...] Volendo darne una definizione precisa bisogna dire che le prostitute a breve termine sono di solito disprezzate, mentre quelle a lungo termine godono del rispetto generale."
Attraverso la condanna della bellezza, come forza corruttrice dell’integrità dell’animo umano, lo scrittore giunge a negare il valore delle arti: la poesia, la musica, sono generatrici di una sensualità ingannevole e illusoria che nel tempo disattende le promesse.
“Provate a domandare a un’esperta civetta, intenzionata a conquistare qualcuno, se preferisca rischiare di essere accusata, in presenza di quello che vuole sedurre, di falsità, crudeltà o anche dissolutezza, o di mostrarsi in un brutto abito mal cucito: tutte preferiranno la prima evenienza. Sanno bene che tutti noi mentiamo parlando degli elevati sentimenti, che tutti gli uomini hanno solo bisogno del corpo, e perciò perdoneranno ogni schifezza, ma non un abito malfatto, inadeguato e di cattivo gusto.”
La musica, con il suo pericoloso potere di suggestione, diviene la causa della follia di Pozdnysev; la sonata di Beethoven, in cui i due strumenti si armonizzano e si fondono è, per il protagonista, un esplicito richiamo al desiderio sensuale di unione tra i due esecutori: la giovane moglie e l’affascinante violinista Truchacevskij.
"La musica in genere è una cosa tremenda. Che cos'è ? Non lo capisco. Che cos'è la musica? Che cosa fa? Dicono che la musica elevi lo spirito [...] Non eleva, né umilia lo spirito, lo eccita, piuttosto."
Come poscritto, Tolstoj spiega infine in poche pagine il suo pensiero riguardo alla vicenda narrata, ed esprime la propria riprovazione sui costumi della sua epoca in cinque punti fondamentali : la necessità di domare i propri istinti e di conseguenza il valore morale dell’astinenza, la mancanza di fede tra i coniugi, la falsa convinzione che i figli siano un impiccio nella vita matrimoniale, la cattiva educazione dei figli, il dare importanza all’amore carnale e non a ben più validi e duraturi ideali. Rifacendosi infine al Vangelo di Cristo, Tolstoj propugna l’amore per il prossimo, ma un amore idealizzato (ama il prossimo tuo come te stesso), lontano da ogni tentazione mondana. Un messaggio lontano forse dalla nostra concezione della vita, ma che non può esimerci dal considerarlo come un invito ad astrarci dalla meschinità dei legami terreni per aspirare a valori più alti e puri.
Se le teorie espresse nel libro sul ruolo sociale della donna sono inevitabilmente ancorate al contesto storico-sociale in cui l’ autore è vissuto, l’ analisi dei sentimenti e dei rapporti uomo-donna è tragicamente attuale e ci colpisce con la forza della sua modernità.
Omicidi passionali, raptus, pulsioni distruttive, ossessioni morbose, amori malati, sbagliati, costellano tragicamente la cronaca dei nostri giorni, rendendo questo testo, che illustra il percorso di una drammatica perdita di consapevolezza che sfocia nell’ assassinio, incredibilmente attuale.
Blog del Gruppo di lettura della Biblioteca di Binasco (MI).
lunedì 11 maggio 2015
lunedì 16 febbraio 2015
Aggiornamento di dicembre 2014
OCCHI DI TEMPESTA – Joyce Caroll Oates
In occhi di tempesta, JCO affronta il tema narrativo dell’adolescenza : protagonista del racconto è la quindicenne Francesca (Franky) , che assiste al progressivo deteriorarsi dei rapporti tra i genitori. Francesca adora suo padre, l’affascinante, famosissimo commentatore sportivo Reid Pierson, e sceglierà di stare dalla sua parte nel braccio di ferro che lo vede contrapposto alla moglie Krista. A un certo punto, però, Krista scompare. E Franky “Occhi di tempesta” capirà cosa è meglio fare…
JCO in questo romanzo, riesce perfettamente a instillare un disagio profondo nel lettore: la narrazione è carica di un sottile, gelido senso di minaccia incombente. Man mano che gli avvenimenti si susseguono la smagliante facciata della famiglia Pierson si sgretola e ne emerge una storia di ossessione familiare, di violenza domestica: dietro il favoloso sogno americano fatto di ville d’autore e ricevimenti si avverte il grande bluff dell’american way of life, dove anche un beniamino del pubblico sportivo può venir stritolato dal feroce meccanismo dei media che trasformano la tragedia in spettacolo.
La prosa della Oates è minimalista, riesce a rendere il mondo delle emozioni e dei sentimenti che i suoi protagonisti vivono senza cadere nelle trappole della banalità e del sentimentalismo. Il delitto in sé è un fatto quasi marginale: perché quello che in realtà interessa alla scrittrice è il meccanismo della crudeltà e le conseguenze che questa genera, e la crudeltà si avverte non come la deflagrazione di un colpo di pistola ma piuttosto come una sottile lama gelida di disagio che turba il lettore e nello stesso tempo ne rimane affascinato
Un capolavoro da una grande scrittrice del nostro tempo, un romanzo sulla forza dirompente dell’adolescenza, una cronaca familiare che mette in evidenza i difetti della società americana.
Il prossimo appuntamento è per il 24 febbraio con il romanzo di Tolstoj “La sonata a Kreutzer”
Commento di Lucia Moraschini componente gdl
In occhi di tempesta, JCO affronta il tema narrativo dell’adolescenza : protagonista del racconto è la quindicenne Francesca (Franky) , che assiste al progressivo deteriorarsi dei rapporti tra i genitori. Francesca adora suo padre, l’affascinante, famosissimo commentatore sportivo Reid Pierson, e sceglierà di stare dalla sua parte nel braccio di ferro che lo vede contrapposto alla moglie Krista. A un certo punto, però, Krista scompare. E Franky “Occhi di tempesta” capirà cosa è meglio fare…
JCO in questo romanzo, riesce perfettamente a instillare un disagio profondo nel lettore: la narrazione è carica di un sottile, gelido senso di minaccia incombente. Man mano che gli avvenimenti si susseguono la smagliante facciata della famiglia Pierson si sgretola e ne emerge una storia di ossessione familiare, di violenza domestica: dietro il favoloso sogno americano fatto di ville d’autore e ricevimenti si avverte il grande bluff dell’american way of life, dove anche un beniamino del pubblico sportivo può venir stritolato dal feroce meccanismo dei media che trasformano la tragedia in spettacolo.
La prosa della Oates è minimalista, riesce a rendere il mondo delle emozioni e dei sentimenti che i suoi protagonisti vivono senza cadere nelle trappole della banalità e del sentimentalismo. Il delitto in sé è un fatto quasi marginale: perché quello che in realtà interessa alla scrittrice è il meccanismo della crudeltà e le conseguenze che questa genera, e la crudeltà si avverte non come la deflagrazione di un colpo di pistola ma piuttosto come una sottile lama gelida di disagio che turba il lettore e nello stesso tempo ne rimane affascinato
Un capolavoro da una grande scrittrice del nostro tempo, un romanzo sulla forza dirompente dell’adolescenza, una cronaca familiare che mette in evidenza i difetti della società americana.
Il prossimo appuntamento è per il 24 febbraio con il romanzo di Tolstoj “La sonata a Kreutzer”
Commento di Lucia Moraschini componente gdl
Aggiornamento di novembre 2014
Espiazione – Ian McEwan
Un libro scritto magistralmente, un romanzo-saggio o saggio-romanzo sulla funzione dell’arte e, nello specifico, della letteratura nella società contemporanea: un’idea geniale quella di far vedere allo spettatore la scena da diverse angolazioni, : riesce a far calare il lettore ancor di più dentro il libro.
Un romanzo ben dettagliato non solo nelle descrizioni fisiche ma anche in quelle psico-spirituali.
L’ultimo capitolo del romanzo sconvolge e rielabora il senso dello stesso, in quanto da una descrizione impersonale affidata alla terza persona, in assenza di un narratore-personaggio, si passa ad una narrazione in prima persona: è la protagonista principale Briony, divenuta scrittrice di successo, ormai giunta alla fine della sua vita, che racconta il suo ritorno alla vecchia casa di campagna, trasformata in albergo, per festeggiare con la sua famiglia, il suo settantottesimo compleanno.
Due sono i punti significativi di quest’ultimo capitolo. Il primo riguarda l’affermazione di Briony di avere più volte cambiato la versione della sorte della sorella Cecilia e del fidanzato Robbie. Nell’ultima stesura li ha voluti insieme riuniti e felici, mentre precedentemente aveva scelto una fine più tragica. In questo Briony, come artista, rivendica a sé il diritto, quasi divino, di poter decidere della vita e della morte dei suoi personaggi.
Il secondo riguarda la decisione di concludere la storia là dove era cominciata, nello stesso luogo, secondo una tradizione che spesso il romanzo inglese ha rispettato. Come a chiudere un cerchio. Del resto il cerchio è la figura perfetta.
Un libro scritto magistralmente, un romanzo-saggio o saggio-romanzo sulla funzione dell’arte e, nello specifico, della letteratura nella società contemporanea: un’idea geniale quella di far vedere allo spettatore la scena da diverse angolazioni, : riesce a far calare il lettore ancor di più dentro il libro.
Un romanzo ben dettagliato non solo nelle descrizioni fisiche ma anche in quelle psico-spirituali.
L’ultimo capitolo del romanzo sconvolge e rielabora il senso dello stesso, in quanto da una descrizione impersonale affidata alla terza persona, in assenza di un narratore-personaggio, si passa ad una narrazione in prima persona: è la protagonista principale Briony, divenuta scrittrice di successo, ormai giunta alla fine della sua vita, che racconta il suo ritorno alla vecchia casa di campagna, trasformata in albergo, per festeggiare con la sua famiglia, il suo settantottesimo compleanno.
Due sono i punti significativi di quest’ultimo capitolo. Il primo riguarda l’affermazione di Briony di avere più volte cambiato la versione della sorte della sorella Cecilia e del fidanzato Robbie. Nell’ultima stesura li ha voluti insieme riuniti e felici, mentre precedentemente aveva scelto una fine più tragica. In questo Briony, come artista, rivendica a sé il diritto, quasi divino, di poter decidere della vita e della morte dei suoi personaggi.
Il secondo riguarda la decisione di concludere la storia là dove era cominciata, nello stesso luogo, secondo una tradizione che spesso il romanzo inglese ha rispettato. Come a chiudere un cerchio. Del resto il cerchio è la figura perfetta.
Aggiornamento di ottobre 2014
Il villaggio di Stepancikovo – F. Dostoevskij
Leggendo questo libro il lettore ha la costante sensazione, come Sergej Aleksandrovic, la voce narrante, di esser finito in un manicomio. A Stepancikovo tutto va, infatti, al rovescio di come dovrebbe, tanto che a far da padrone di casa è un buffone e non il padrone stesso, ma anche il resto degli abitanti non scherza in quanto a stravaganze. Una zitella sventata, un paio di improbabili corteggiatori, un servo alla disperata ricerca di un cognome accettabile, una vecchia il cui merito più grande è quello di essere una generalessa ed un cerchio di dame la cui unica funzione è quella di essere inopportune, questi sono una parte degli strampalati abitanti di questa casa. Ma su tutti dominano due figure antitetiche: il padrone di casa Egor Il’ic Rostanev, il cui unico grosso difetto è quello di essere troppo buono, al punto di sentirsi sempre in colpa per qualcosa, e responsabile per gli sbagli altrui; e Foma Fomic, il buffone, l’uomo borioso, che senza alcun merito o qualità inaspettatamente riesce a tenere in soggezione tutti.
L’intento di Dostoevskij è quello di rappresentare alcuni “caratteri” russi, mettendone in evidenza i pregi, difetti e le bassezze, ma a differenza di altri autori per far questo non usa i caratteri pungenti della satira, quanto piuttosto quelli leggeri ed esilaranti della commedia, per cui il lettore invece di abbandonarsi a dei sorrisi agro-dolci si abbandona a delle risate piene. Credo che nessun romanzo m’abbia mai fatto odiare un personaggio come “il villaggio” è riuscito a fare con Foma Fomic. La maestria di Dostoevsky è evidente … il finale non mi è piaciuto.
Commento di Lucia Morasachini componente gdl
Leggendo questo libro il lettore ha la costante sensazione, come Sergej Aleksandrovic, la voce narrante, di esser finito in un manicomio. A Stepancikovo tutto va, infatti, al rovescio di come dovrebbe, tanto che a far da padrone di casa è un buffone e non il padrone stesso, ma anche il resto degli abitanti non scherza in quanto a stravaganze. Una zitella sventata, un paio di improbabili corteggiatori, un servo alla disperata ricerca di un cognome accettabile, una vecchia il cui merito più grande è quello di essere una generalessa ed un cerchio di dame la cui unica funzione è quella di essere inopportune, questi sono una parte degli strampalati abitanti di questa casa. Ma su tutti dominano due figure antitetiche: il padrone di casa Egor Il’ic Rostanev, il cui unico grosso difetto è quello di essere troppo buono, al punto di sentirsi sempre in colpa per qualcosa, e responsabile per gli sbagli altrui; e Foma Fomic, il buffone, l’uomo borioso, che senza alcun merito o qualità inaspettatamente riesce a tenere in soggezione tutti.
L’intento di Dostoevskij è quello di rappresentare alcuni “caratteri” russi, mettendone in evidenza i pregi, difetti e le bassezze, ma a differenza di altri autori per far questo non usa i caratteri pungenti della satira, quanto piuttosto quelli leggeri ed esilaranti della commedia, per cui il lettore invece di abbandonarsi a dei sorrisi agro-dolci si abbandona a delle risate piene. Credo che nessun romanzo m’abbia mai fatto odiare un personaggio come “il villaggio” è riuscito a fare con Foma Fomic. La maestria di Dostoevsky è evidente … il finale non mi è piaciuto.
Commento di Lucia Morasachini componente gdl
giovedì 13 novembre 2014
Aggiornamento di ottobre 2014
Il piccolo amico – Donna Tartt
"Il piccolo amico" di Donna Tartt è un libro lungo, che procede lento, pieno di particolari, di personaggi e di storie minori che si intrecciano.
La potenza di questo romanzo sta nel fatto che Donna Tartt, oltre a scrivere divinamente, è anche dotata di un'efficacia non comune nel creare personaggi tridimensionali, pieni di sfumature, e proprio per questo veri, credibili e impossibili da dimenticare.
Gli adulti ne escono male: tutti, anche quelli "buoni", hanno delle zone d'ombra, delle sacche di veleno (come quelle dei serpenti che Harriet e Hely vogliono utilizzare per il loro piano). E a farne le spese sono appunto i bambini, su cui vengono riversati dolori e frustrazioni che spianano loro la strada per diventare adulti "avvelenati" come chi li ha cresciuti.
Leggendo “il piccolo amico” ci si rende conto che non è così importante scoprire l'identità dell'assassino di Robin, proprio perché non si sta leggendo un giallo ma un qualcosa di diverso, di più complesso e interessante.
L’autrice è originaria del Mississippi, classe '63, in un'intervista ha citato come libri della sua infanzia gli stessi che fa leggere ad Harriet e, se servisse un'ulteriore prova che in questo personaggio ha messo molto della sé bambina, ha disegnato la giovane protagonista bruna (gli altri due fratelli invece sono rossi) e col taglio a caschetto che lei stessa porta.
Questo romanzo non ha ottenuto lo stesso successo di “Dio di illusioni” ma bisogna considerare che si tratta di una narrazione molto più ampia e complessa, meno mainstream, con numerosi rimandi a un'infanzia mitica, dolorosa e lontana. E per certi versi collettiva. Non si può fare a meno di provare un sentimento ambiguo verso quel tempo, né una profonda malinconia.
Barthleby lo srivano - Melville
Ah, mio caro Melville! Quale incantesimo hai usato per conquistarmi così? Non solo sai scrivere tomi giganti-pesanti-baroccheggianti, ma persino brevi racconti dipinti con spennellatine da impressionista. Eppure, quanto significato in quel I would prefer not
La mesta cocciutaggine di Bartleby nel rifiutarsi di eseguire qualsiasi richiesta (e in definitiva di uniformarsi al normale modo di vivere) con il suo mite "avrei preferenza di no" (che poi è un no e basta) risulta assolutamente disarmante, e paradossalmente, lungi dall'esasperare o spazientire chi gli sta intorno, finisce per rafforzarne la curiosità e la compassione.
In definitiva, non fa che aumentare il suo mistero.
Di Bartleby sono state date tante interpretazioni, lo si è assunto talvolta come simbolo (anche se non so di cosa esattamente).
Per me il personaggio rimane un mistero non meno che per il suo datore di lavoro, che rassegnato ce ne narra la storia: uno di quei misteri paradossali che continuano a stimolare l'immaginazione nonostante l'assoluta penuria di indizi.
Però se Melville mi visitasse in sogno offrendomi la soluzione di Bartleby, penso che anche io risponderei "avrei preferenza di no".
"Il piccolo amico" di Donna Tartt è un libro lungo, che procede lento, pieno di particolari, di personaggi e di storie minori che si intrecciano.
La potenza di questo romanzo sta nel fatto che Donna Tartt, oltre a scrivere divinamente, è anche dotata di un'efficacia non comune nel creare personaggi tridimensionali, pieni di sfumature, e proprio per questo veri, credibili e impossibili da dimenticare.
Gli adulti ne escono male: tutti, anche quelli "buoni", hanno delle zone d'ombra, delle sacche di veleno (come quelle dei serpenti che Harriet e Hely vogliono utilizzare per il loro piano). E a farne le spese sono appunto i bambini, su cui vengono riversati dolori e frustrazioni che spianano loro la strada per diventare adulti "avvelenati" come chi li ha cresciuti.
Leggendo “il piccolo amico” ci si rende conto che non è così importante scoprire l'identità dell'assassino di Robin, proprio perché non si sta leggendo un giallo ma un qualcosa di diverso, di più complesso e interessante.
L’autrice è originaria del Mississippi, classe '63, in un'intervista ha citato come libri della sua infanzia gli stessi che fa leggere ad Harriet e, se servisse un'ulteriore prova che in questo personaggio ha messo molto della sé bambina, ha disegnato la giovane protagonista bruna (gli altri due fratelli invece sono rossi) e col taglio a caschetto che lei stessa porta.
Questo romanzo non ha ottenuto lo stesso successo di “Dio di illusioni” ma bisogna considerare che si tratta di una narrazione molto più ampia e complessa, meno mainstream, con numerosi rimandi a un'infanzia mitica, dolorosa e lontana. E per certi versi collettiva. Non si può fare a meno di provare un sentimento ambiguo verso quel tempo, né una profonda malinconia.
Barthleby lo srivano - Melville
Ah, mio caro Melville! Quale incantesimo hai usato per conquistarmi così? Non solo sai scrivere tomi giganti-pesanti-baroccheggianti, ma persino brevi racconti dipinti con spennellatine da impressionista. Eppure, quanto significato in quel I would prefer not
La mesta cocciutaggine di Bartleby nel rifiutarsi di eseguire qualsiasi richiesta (e in definitiva di uniformarsi al normale modo di vivere) con il suo mite "avrei preferenza di no" (che poi è un no e basta) risulta assolutamente disarmante, e paradossalmente, lungi dall'esasperare o spazientire chi gli sta intorno, finisce per rafforzarne la curiosità e la compassione.
In definitiva, non fa che aumentare il suo mistero.
Di Bartleby sono state date tante interpretazioni, lo si è assunto talvolta come simbolo (anche se non so di cosa esattamente).
Per me il personaggio rimane un mistero non meno che per il suo datore di lavoro, che rassegnato ce ne narra la storia: uno di quei misteri paradossali che continuano a stimolare l'immaginazione nonostante l'assoluta penuria di indizi.
Però se Melville mi visitasse in sogno offrendomi la soluzione di Bartleby, penso che anche io risponderei "avrei preferenza di no".
Aggiornamento di luglio 2014
Mercoledì 2 luglio 2014
IL BUIO OLTRE LA SIEPE – HARPER LEE
La prima parte del romanzo narra la vita dei piccoli centri americani del Sud e ti fa pensare ad un ambiente claustrofobico e limitato, ma nella realtà non è così, lo è solo nell’immaginario dei bambini protagonisti della storia perché sono liberi di scorazzare da una casa all’altra rimanendo sempre a portata di voce di Calpurnia , la domestica di colore.
Nella seconda parte del romanzo si entra nel pieno della narrazione. Atticus, il padre avvocato deve difendere Tom Robinson un nero accusato di violenza sessuale e questo crea malcontento generale con l’accusa di essere un “filonegro”.
La Lee condisce il suo racconto con i propri ricordi d’infanzia, con il meraviglioso ritratto che la giovane protagonista (che narra in prima persona) del padre ideale Atticus Finch, piccolo avvocato di provincia che rivestirà il ruolo dell’ “eroe qualunque” americano, giusto per amore di giustizia, retto per amore di rettitudine, votato alla sconfitta ma non per questo restio a compiere il proprio dovere sapendo a priori quanto impopolare lo renderà nella propria stessa comunità, indugiando poi sulla grettezza della popolazione tra cui vive, del razzismo e del meschino pregiudizio tipici delle piccole comunità degli Stati del Sud. Ma sempre con la convinzione che dietro alle masse, e i loro comportamenti anche più stupidi, ignoranti e rozzi vi siano, nei singoli individui che le compongono, sempre esseri umani in possesso di quelle qualità che è il gruppo sociale a riuscire a soffocare.
Scout uscirà trasformata e maturata da questa esperienza giovanile, avendo compreso e condiviso tutte le ragioni del padre. Noi lettori chiuderemo malvolentieri le pagine di questo piccolo capolavoro, nelle quali ci siamo sentiti trasportare condividendo la sconfitta di Atticus e soffrendo per la condanna scontata dal negro innocente da lui difeso in giudizio, consci che senza di lui e la sua lezione di vita e di stile probabilmente non sarebbe mai venuta fuori, anche nell’America contadina e più retrograda, una nuova generazione capace di fare della tolleranza, dell’antirazzismo, del dialogo, la loro bandiera, lottando contro l’onnipresente “paura del diverso”.
Commenti e riflessioni di Lucia componente Gdl
Prossimo appuntamento 24 settembre 2014
IL BUIO OLTRE LA SIEPE – HARPER LEE
La prima parte del romanzo narra la vita dei piccoli centri americani del Sud e ti fa pensare ad un ambiente claustrofobico e limitato, ma nella realtà non è così, lo è solo nell’immaginario dei bambini protagonisti della storia perché sono liberi di scorazzare da una casa all’altra rimanendo sempre a portata di voce di Calpurnia , la domestica di colore.
Nella seconda parte del romanzo si entra nel pieno della narrazione. Atticus, il padre avvocato deve difendere Tom Robinson un nero accusato di violenza sessuale e questo crea malcontento generale con l’accusa di essere un “filonegro”.
La Lee condisce il suo racconto con i propri ricordi d’infanzia, con il meraviglioso ritratto che la giovane protagonista (che narra in prima persona) del padre ideale Atticus Finch, piccolo avvocato di provincia che rivestirà il ruolo dell’ “eroe qualunque” americano, giusto per amore di giustizia, retto per amore di rettitudine, votato alla sconfitta ma non per questo restio a compiere il proprio dovere sapendo a priori quanto impopolare lo renderà nella propria stessa comunità, indugiando poi sulla grettezza della popolazione tra cui vive, del razzismo e del meschino pregiudizio tipici delle piccole comunità degli Stati del Sud. Ma sempre con la convinzione che dietro alle masse, e i loro comportamenti anche più stupidi, ignoranti e rozzi vi siano, nei singoli individui che le compongono, sempre esseri umani in possesso di quelle qualità che è il gruppo sociale a riuscire a soffocare.
Scout uscirà trasformata e maturata da questa esperienza giovanile, avendo compreso e condiviso tutte le ragioni del padre. Noi lettori chiuderemo malvolentieri le pagine di questo piccolo capolavoro, nelle quali ci siamo sentiti trasportare condividendo la sconfitta di Atticus e soffrendo per la condanna scontata dal negro innocente da lui difeso in giudizio, consci che senza di lui e la sua lezione di vita e di stile probabilmente non sarebbe mai venuta fuori, anche nell’America contadina e più retrograda, una nuova generazione capace di fare della tolleranza, dell’antirazzismo, del dialogo, la loro bandiera, lottando contro l’onnipresente “paura del diverso”.
Commenti e riflessioni di Lucia componente Gdl
Prossimo appuntamento 24 settembre 2014
Aggiornamento di giugno 2014
"Quando l’umanità andrà a spasso tra le stelle, nessuno ricorderà più quel pianeta lontano, quel barbaro asilo infantile dove abbiamo combattuto così tante misere battaglie, pubbliche e private, per conquistare una tazza di cioccolata, ma anche allora sarà impossibile accomodare il destino degli esseri umani che non trovano posto nella vita degli altri".
La Porta è il titolo del romanzo che abbiamo letto nel mese di maggio e commentato il 4 giugno, scritto dall’autrice ungherese Magda Szabò racconta del rapporto conflittuale tra due persone (Emerenc e Magda) che sono una all’opposto dell’altra.
Il personaggio principale è senza dubbio Emerenc, donna delle pulizie e lavoratrice infaticabile. Si prenderà cura della famiglia della scrittrice per oltre 20 anni, decidendo cosa fare o non fare e quando o come farlo. Le sue idee sono ben precise e sono dettate dalla sua lunga e dolorosa esperienza di vita. La sua storia emerge man mano che il libro procede e ci si rende conto che la sua vita è stata segnata da esperienze che hanno lasciato ferite profonde e indelebili. “La porta” è una metafora, un simbolo della chiusura al mondo che le persone con un passato difficile erigono : una porta che nessuno può o deve valicare, dove conservare il proprio dolore e nascondere la propria fragilità.
Solo a chi è capace di aspettare e dimostrare un profondo rispetto Emerenc offrirà, a modo suo, la sua amicizia, la sua dedizione come nel caso di Magda, la scrittrice.
Magda scoprirà nella relazione con questa donna i valori dell’amicizia e dell’amore . “Oggi – dice la scrittrice – ho capito una cosa, che allora ancora ignoravo: una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma al posto dell’altro”.
Magda, la voce narrante...
Una scrittrice colta, impegnata, emarginata per lungo tempo dal regime ungherese, che ha fatto delle parole il suo mondo, della ritualità la sua sicurezza.
Una donna capace di visualizzare pagine e pagine di parole per i suoi libri, ma mancante di senso pratico, di forza per affrontare gli impegni quotidiani.
Si confronta con Emerenc ….
Lei, non ha mai letto un libro, non sono state le parole ma la tragicità degli eventi che ha dovuto affrontare a forgiare il suo modo di pensare e di amare, rendendolo duro e cristallino allo stesso tempo.
La sua forza sono le sue braccia, il suo fisico instancabile, ai limiti della comprensione umana....
Lei, uno scoglio solitario in mezzo al mare su cui si infrangono le onde degli avvenimenti.
Il suo modo di vedere le cose, duro ed altruista allo stesso tempo, la fa diventare quasi una figura mitologica inattaccabile e per questo chi le è vicino le riconosce il diritto di costruirsi un mondo con regole solamente sue e di celare piccoli e grandi segreti dietro il portone della sua dimora.
Una intimità gelosamente nascosta al mondo esterno.
Ma non è solo la storia di una porta di legno da varcare… o abbattere.
La bellezza del romanzo è stata di riuscire a far intravedere tante porte fondamentali ma invisibili agli occhi...quelle che si frappongono tra i rapporti umani delle persone.
Porte che possiamo scegliere di aprire o tenere chiuse...
commentato da Lucia componente GDL
Il prossimo appuntamento è per il 2 luglio 2014 con il romanzo “Il Buio oltre la siepe” di Harper Lee
La Porta è il titolo del romanzo che abbiamo letto nel mese di maggio e commentato il 4 giugno, scritto dall’autrice ungherese Magda Szabò racconta del rapporto conflittuale tra due persone (Emerenc e Magda) che sono una all’opposto dell’altra.
Il personaggio principale è senza dubbio Emerenc, donna delle pulizie e lavoratrice infaticabile. Si prenderà cura della famiglia della scrittrice per oltre 20 anni, decidendo cosa fare o non fare e quando o come farlo. Le sue idee sono ben precise e sono dettate dalla sua lunga e dolorosa esperienza di vita. La sua storia emerge man mano che il libro procede e ci si rende conto che la sua vita è stata segnata da esperienze che hanno lasciato ferite profonde e indelebili. “La porta” è una metafora, un simbolo della chiusura al mondo che le persone con un passato difficile erigono : una porta che nessuno può o deve valicare, dove conservare il proprio dolore e nascondere la propria fragilità.
Solo a chi è capace di aspettare e dimostrare un profondo rispetto Emerenc offrirà, a modo suo, la sua amicizia, la sua dedizione come nel caso di Magda, la scrittrice.
Magda scoprirà nella relazione con questa donna i valori dell’amicizia e dell’amore . “Oggi – dice la scrittrice – ho capito una cosa, che allora ancora ignoravo: una passione non si può esprimere pacatamente, disciplinatamente, morigeratamente, e nessuno può definirne la forma al posto dell’altro”.
Magda, la voce narrante...
Una scrittrice colta, impegnata, emarginata per lungo tempo dal regime ungherese, che ha fatto delle parole il suo mondo, della ritualità la sua sicurezza.
Una donna capace di visualizzare pagine e pagine di parole per i suoi libri, ma mancante di senso pratico, di forza per affrontare gli impegni quotidiani.
Si confronta con Emerenc ….
Lei, non ha mai letto un libro, non sono state le parole ma la tragicità degli eventi che ha dovuto affrontare a forgiare il suo modo di pensare e di amare, rendendolo duro e cristallino allo stesso tempo.
La sua forza sono le sue braccia, il suo fisico instancabile, ai limiti della comprensione umana....
Lei, uno scoglio solitario in mezzo al mare su cui si infrangono le onde degli avvenimenti.
Il suo modo di vedere le cose, duro ed altruista allo stesso tempo, la fa diventare quasi una figura mitologica inattaccabile e per questo chi le è vicino le riconosce il diritto di costruirsi un mondo con regole solamente sue e di celare piccoli e grandi segreti dietro il portone della sua dimora.
Una intimità gelosamente nascosta al mondo esterno.
Ma non è solo la storia di una porta di legno da varcare… o abbattere.
La bellezza del romanzo è stata di riuscire a far intravedere tante porte fondamentali ma invisibili agli occhi...quelle che si frappongono tra i rapporti umani delle persone.
Porte che possiamo scegliere di aprire o tenere chiuse...
commentato da Lucia componente GDL
Il prossimo appuntamento è per il 2 luglio 2014 con il romanzo “Il Buio oltre la siepe” di Harper Lee
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